Da un altro luogo

Da quest’estate ho una rubrica di racconti sulla testata giornalista Ostuni News, pubblico due volte al mese, di sabato. Vi segnalo l’ultimo racconto, si chiama “Da un altro luogo.” A seguire l’incipit, spero suggestivo. Buona lettura.

Nel giardino, giocavano al gioco delle biglie lungo le fughe delle decorazioni di pietra. Anche quando era inverno, vestendosi di abiti in panno e lana intessuti a mano, con le dita intirizzite, felici al pensiero che, dentro la casa, al tepore del focolare, la madre preparava biscotti al limone e il padre, bene attento a pulirsi il soprabito dalla polvere del mondo di fuori, rientrava per sedersi alla poltrona preferita, per leggere e riflettere. Raramente per la casa risuonavano le musiche di Händel o Bach. Quando accadeva, si potevano sentire le note per tutto il giardino, fra i rami illuminati dal sole d’inverno del limone del piccolo frutteto, lungo le fughe di pietra dove correvano le biglie, entro le mura, che chiudevano dal mondo di fuori. Quella musica era segno che, in quella casa, isolata da tutto, c’erano uomini.

Raspsodia in una notte ventosa (Thomas Eliot)

Mezzanotte in punto.
Lungo le prossimità della strada
racchiusa in una sintesi lunare,
mormorando incanti lunari
si dissolvono i fondamenti della memoria
e tutte le sue chiare relazioni,
le sue divisioni e le sue esattezze,
ogni lampione che oltrepasso
suona come un rintocco del fato,
e tramite gli spazi del buio
mezzanotte scuote la memoria
come un pazzo scuote un geranio morto.

Mezzanotte e mezza.
Il lampione borbotta.
Il lampione mormora.
Il lampione dice, “Guarda quella donna
che esita verso di te nella luce della porta
che si apre a lei come un grande sorriso.
Guarda l’orlo del suo vestito,
e l’angolo del suo occhio.
che s’attorciglia come uno spillo storto.”

La memoria vomita, alta e secca,
una folla di oggetti attorcigliati;
un ramo torto lungo la spiaggia
liscio e mangiato, e lucidato
come se il mondo avesse svelato
il segreto del suo scheletro,
rigido e bianco.
Una molla rotta del cortile di una fabbrica,
ruggine che s’avvinghia alla forma, abbandonata dalla forza,
dura e attorcigliata e pronta a rompersi.

Due e mezza,
il lampione dice,
“Osserva il gatto che s’appiattisce sullo stomaco,
e allunga la lingua
e divora un pezzo di burro rancido.”
Così la mano di un bambino, in automatico,
s’allunga per intascare un giocattolo che stava correndo lungo la banchina.
Non posso vedere niente oltre l’occhio del bambino.
Ho visto occhi in strada
che tentavano di sbirciare tramite imposte illuminate,
e un granchio un pomeriggio in una piscina,
un vecchio granchio con cirripedi sulla schiena,
aggrapparsi all’estremità di un bastone con cui lo tenevo.

Tre e mezza,
il lampione borbotta,
il lampione mormora nel buio.

Il lampione canticchia:
“Guarda la luna,
La lune ne garde aucune rancune,
strizza il suo occhio debole,
sorride negli angoli.
liscia i capelli del prato.
La luna ha perso i suoi ricordi.
Il ricordo del vaiolo solca il suo viso,
nella sua mano s’attorciglia una rosa di carta,
quell’odore di polvere e vecchia colonia,
lei è da sola
con tutti i vecchi odori notturni
che attraversano e riattraversano il suo cervello.”
Arriva la reminiscenza
di secchi gerani senza sole,
e polvere nelle fessure,
odore di castagne per le strade.

Il lampione dice,
“Quattro in punto,
qui c’è il numero sulla porta,
Memoria!
Tu hai la chiave,
il piccolo lampione diffonde un anello sulla scala,
sale.
Il letto è aperto, lo spazzolino è appeso al muro
Metti le tue scarpe alla porta, dormi, preparati per la vita.”

L’ultimo giro del coltello.

In paradiso. Religione della natura in Emily Dickinson

Come poeta religioso che vive in un tempo (dal mio punto di vista) permeato di irreligione, ho trovato di straordinario interesse la lettura delle opere complete di Emily Dickinson, poeta irreligiosa di un tempo permeato di religione.

Non è possibile errare sulle convinzioni religiose che Dickinson coltivava nell’anima. Scrisse apertamente, nella lettera del 1885 a un’amica: “Se sapessi come pregare, lo farei per te, ma non sono che una pagana (but I am but a Pagan).”

Forse non è esatto affermare che Dickinson fosse una poeta irreligiosa. La donna di Amherst, infatti, credeva nella religione dei pagani. In altri termini, una religione della natura.

Ho affermato, forse avventatamente, che il nostro tempo è permeato di religione. Ma è possibile vivere senza religione? Qual è, allora, la religione del nostro tempo?

Dickinson scrive, in una lettera dello stesso anno: “Spero tu ami gli uccelli. E’ conveniente. Risparmia la fatica di andare in paradiso. (It saves going to Heaven)”

Nella dottrina cattolico-romana (l’unica che ho una pretesa di conoscere parzialmente) il Paradiso è un luogo la cui essenza è profondamente diversa rispetto a quella del nostro mondo. Credo sia corretto affermare che, se anche il nostro tempo è permeato di una forma di religiosità, quasi nessuno creda più in un mondo diverso da quello che vediamo.

Dickinson non credeva nel Paradiso, e così tanti dopo di lei, e così tanti per via di lei. Credeva nella religione della natura.

Credo si possa con sicurezza affermare, da una lettura estesa della sua opera poetica, che l’uccello più amato da Dickinson era la doliconice (bobolink), un passero dal piumaggio scuro, tipico della sua zona. Conferisce un senso di tenerezza, e anche di candore, pensare a come il volo della doliconice fosse la via che conduceva al bello questa donna nubile, reclusa, dedicata alla famiglia e al suo giardino, bensì geniale e atea.

Leggendo l’epistolario della poetessa, di cui non ho affrontato l’edizione completa, è possibile affermare che, come accade a tutti noi, essa battagliò per tutta la vita con la possibilità che esista un Dio personale. Il Dio di suo padre, pastore protestante. Il Dio che alcuni di noi amano, perché non comprendono, e che alcuni non amano, perché credono di capirlo.

Forse, allora, l’essenza della religione di Emily Dickinson è la stessa della religione del nostro tempo. Del piumaggio scuro degli uccelli, della statica maestosità degli alberi, dell’acqua degli stagni dove la doliconice ancora oggi s’abbevera. Di un mondo che il progresso tende a cancellare, in cambio di nulla.

Vi propongo una traduzione di una celebre poesia di Dickinson, che dice molto più di tutte le parole che avete appena letto:

Qualcuno rispetta la domenica andando in chiesa —

io la rispetto stando a casa —

con una passero come corista —

e un frutteto, come cupola.

Qualcuno indossa l’abito della festa —

io, indosso solo le mie ali —

e anziché il rintocco della campana, che invita a uscire

ascolto il mio piccolo sagrestano — cantare

Dio predica, un prete di un certo livello —

e il sermone non è mai troppo lungo,

così, anziché penare per andare in paradiso —

sono lì, tutto il tempo

Concludo affermando con convinzione che non è forse errato affermare che il Dio di cui Dickinson ascolta la predica è tale e quale alla natura. Questa può essere una chiave per affrontare la lettura dell’opera poetica della donna di Amherst.

L’uomo di stoffa

L’interessante rivista di fantascienza e immaginario fantastico “Dimensione Cosmica” ha pubblicato un mio racconto, si intitola “L’uomo di stoffa.” Non posso purtroppo mettervi il link perché è solo su cartaceo, ma, se siete interessati, potete ordinare una copia da questa pagina.

Intanto prosegue la mia collaborazione col giornale Ostuni News. Siamo arrivati al terzo racconto, “Desiderio.” Buona lettura.

Il vero dottore

Vi segnalo che qui potete prenotare una copia di un mio libro di racconti brevi. È una raccolta fondi promossa dell’editore Ad Est dell’Equatore. Alcuni racconti sono stati già pubblicati e potete averli letti in passato. Di seguito la sinossi del libro.
Il vero dottore è una raccolta di brevi racconti caratterizzati da un umorismo discreto e una vena di dolce malinconia. È presentata una vasta gamma di personaggi con una psicologia delineata, in situazioni dove la realtà non è sempre quella che pensiamo di osservare. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta abbiamo un uomo che non trova soluzione al suo stato depressivo, ma riceverà un inaspettato aiuto dal passato. Altre storie giocano con situazioni irreali e fantastiche, ma i protagonisti si risolveranno grazie a un nocciolo di fondamentale buon senso. Il lettore potrà anche scoprire piccoli scorci storici con figure quali Socrate e San Francesco, ritratte in situazioni quotidiane e in qualche modo significative.